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Giopì n. 13 15 luglio 2008
IN QUESTO NUMERO: ■ IN MOSTRA LA BIO DIVERSITÀ pag. 2 ■ LE COLONNE DI PRATO: PRIMA E DOPO LA SEGNALAZIONE DEL GIOPÍ pag. 2 ■ LA PAGINA DELLA POESIA BERGAMASCA pag. 3 ■ LA DINASTIA DEI BASCHENIS DI AVERARA pag. 4 ■ COLORI DELLA VALCAVALLINA NEI QUADRI DEL CONCORSO pag. 4 ■ I BERGAMASCHI ILLUSTRI: PAOLINA SECCO SUARDO pag. 5 ■ LE FAMIGLIE NOBILI BERGAMASCHE - 2 pag. 6 ■ IL RICORDO DELL’AVVOCATO GIOVANNI RINALDI pag. 6 ■ NELLA SCUOLA ELEMENTARE DI BAGNATICA IL DIALETTO È DI CASA pag. 7 ■ FATALE FU L’ERRORE, MA LA COLPA È DELLA ANDÉR pag. 8 ■ I CINQUANT’ANNI DEL MONUMENTO AI CADUTI DI REDONA pag. 8
ALLA FINESTRA Tocca al... buon Consiglio
Queste ormai ridotte e indocili, quanto mai, Circoscrizioni, subdorato già il pericolo di novelle soppressioni, sono lì sospese a un filo, tuttavia nel proprio asilo. Già la Prima è scesa in sciopero senza limite, ad oltranza, per saggiar, forse in anticipo, l’eventuale sua mancanza, d’opre e intuiti in quantità farà monca la città. Ricontarle adesso è inutile, ché le dita d’una mano sono già in eccesso a stringerle per portarsele lontano, ma si giocan la partita... con pericolo di vita. Ora chi dovrà rispondere alle loro domandine: l’Assessore responsabile o le voglie cittadine? Ci vuol tempo ed ansietà fin che un giorno si saprà. Tanti dicono che al Sindaco tocca il sì o il no di punta, ma altrettanti controbattono che è mansione della Giunta, mentre, fuor da ogni periglio, dicon quelli: è il... buon Consiglio.
Francitus
Politica e gossip. Come ti distraggo il pupo L’angolo della bontà PENSIERINI DELLA SERA - 2 Politica e gossip. Come ti distraggo il pupo
Non mi piace il pettegolezzo (o gossip)specie se applicato alla politica. Intanto perché anche l’uomo pubblico ha diritto ad un suo spazio di riservatezza quando vi siano in gioco sentimenti personali o situazioni familiari che nulla o poco hanno a che fare con la sua figura o il suo ruolo pubblico; e poi perché questo genere di operazioni distrae - consapevolmente o meno - l’attenzione della pubblica opinione da altri e ben più importanti aspetti del comportamento di chi ci rappresenta nelle istituzioni. Il fenomeno non è né nuovo né limitato al nostro paese: alimenta ormai una vera e propria industria attraverso giornali e riviste, trasmissioni radio e televisive, fornendo pane e companatico a un sacco di persone e trovando terreno fertile in gente tirata su a «Grandi fratelli» e «Isole dei famosi». Ma sono davvero così importanti le «rivelazioni» sulla nuova compagna di Fini o le notizie sugli exploit (e le gaffes) del Cavaliere, instancabile charmeur? Possibile che gli italiano non abbiano niente di meglio (o di peggio!) cui pensare? Gli antichi romani offrivano al popolino, per distrarlo, «panem et circenses». Visto che il pane ormai costa molto più della benzina è meglio abbondare con i «circenses», magari sotto forma di sguardi indiscreti nelle alcove dei potenti. Beh - dirà qualcuno - questa è la democrazia, bambola! Anche perché guardare all’interno di certe stanze dove si decidono grossi affari oltre che più difficile può essere pericoloso.
* * * Attaccamento al lavoro. Straordinari anche per il rapinatore Una notizia di stampa di qualche tempo fa informava che un tale era stato arrestato nel corso della sua trentacinquesima rapina in banca in quattro anni. Capirai che notizia, direte voi! Siamo abituati a ben altri record, anche in questo campo. Solo che le rapine erano state compiute durante permessi-premio ottenuti dal rapinatore che in quel periodo era ospite delle patrie galere...Un bell’esempio di attaccamento al lavoro, non c’è che dire, anche se l’attività non è esattamente encomiabile. Pensate: dopo settimane trascorse in una cella oscura, quando - grazie alla sua irreprensibile condotta carceraria - poteva finalmente riassaporare il piacere della libertà, che faceva? Andava a donne, si ubriacava in un bar, si spaparanzava su una spiaggia affollata? No. Correva a lavorare come un forsennato (pare che abbia compiuto anche quattro rapine al giorno!), pensando certamente a come costituirsi una pensione per la vecchiaia. Ora, rapinar banche resta un’attività assai negativa, sia perché mette a repentaglio l’incolumità delle persone, sia perché stravolge pericolosamente l’ordine costituito (infatti di solito sono le banche che rapinano i clienti e non il contrario). Eppure io non posso nascondere non dico una certa ammirazione (non esageriamo!), ma un qualche stupore per una simile prova di attaccamento al lavoro, che lo portava fino al sacrificio delle poche giornate di «ferie» che gli concedevano.... Sarà che sono bergamasco e per noi orobici il lavoro è più di un mito, è una religione.
Fra movida, notti bianche e bisogno di riposo si è riaperta... La guerra dell’estate insonne Chi i a öl frègia, chi a öl cólda: ol probléma l’è de mètei decórde
È un fenomeno ormai generalizzato, che non riguarda solo la città o i luoghi di villeggiatura e che contrappone la voglia di stare fuori, di ritrovarsi, di far festa, con il diritto al sonno ristoratore di chi, anche d’estate, deve lavorare; con quello degli anziani, dei bambini, dei malati. Il problema si riacutizza in questa stagione, ma ormai l’eccessivo rumore ci accompagna - talora ci ossessiona - nel corso dell’intero anno. Il tutto, naturalmente, sullo sfondo dei corposissimi interessi di una vera e propria industria del divertimento, di una maleducazione diffusa e di un senso civico da repubblica delle banane. La nostra città - basta uno sguardo alla stampa quotidiana - non fa eccezione, pur senza raggiungere i picchi da incubo di certi grandi centri e di certi famosi «divertimentifici ». «Polizei Stunde» (ora di polizia, cioè orario di chiusura imposto dall’autorità) annunciava tranquillo il direttore del locale. Nessuno protestava. Si chiudeva baracca e burattini e tutti a casa. Da notare che ci trovavamo in un night del centro di Zurigo, che era sabato sera e che l’ora fissata di solito era la mezzanotte. Le eccezioni erano rare e riguardavano i locali della Niederdorfstrasse, la zona pedonale ad alta concentrazione di locali notturni (anche qui, però, normalmente, non si andava oltre l’una o le due). Vero è che i miei ricordi risalgono a quasi venticinque anni fa e non so se anche lì, nel frattempo, le cose siano peggiorate. Ma sono pronto a scommettere che sono ben lontane dal livello di inquinamento acustico, anche notturno, che ormai caratterizza le nostre città. A confermarlo, non molto tempo fa, lo speciale che il «Magazine» del Corriere della Sera ha dedicato al problema, facendo eseguire rilievi in diversi centri italiani. Leggendolo si constatava, con irridente paradosso, che, per una volta, anziché trovarsi a fondo classifica come capita ormai sempre più di frequente in questi anni (nell’economia come nel livello di preparazione dei nostri studenti, nella ricerca scientifica come nei tempi di funzionamento del sistema giudiziario, giusto per esemplificare), il nostro paese si colloca decisamente nei piani alti. Sì, nel senso che Roma e Milano sono, mediamente, assai più rumorose di New York. Ma anche più di Parigi o di Londra, per dire. A non dormire mai, o assai poco e male, da noi sono i poveri cristi che hanno la sfortuna di abitare vicino a bar alla moda, pub, ristoranti, locali notturni o aree di spettacolo. Proteste e richieste di intervento alle diverse autorità crescono in misura esponenziale, ma raramente riescono ad ottenere qualcosa. C’è sempre la possibilità di un ricorso alla magistratura, ma coi tempi che contraddistinguono la nostra cosiddetta giustizia uno rischia di diventar sordo o di dar fuori da matto prima di ottenere qualcosa. L’estate, come è ovvio, è la stagione in cui la guerra del rumore si riaccende più viva che mai: si è magari costretti, per il caldo, a tenere le finestre aperte e a godersi così il micidiale tumtum delle diaboliche percussioni di una musica sparata a tutto volume, a livelli ormai da masochismo puro. Così c’è chi, in occasione dell’ennesimo concerto all’aperto della famosa rock star, fa centinaia di chilometri per correre ad ascoltarlo e chi li fa, in senso opposto, per fuggire dalla città verso la pace di qualche località montana. La spaccatura passa - nettissima - soprattutto fra le generazioni: i nostri giovani cominciano a divertirsi quando gli anziani vanno a letto e smettono quando i meno fortunati si alzano per andare a lavorare. Mi fermo qui perché ci sarebbe materiale per riempire l’intero giornale; e, comunque, basta seguire la stampa quotidiana - anche locale - per aver notizie aggiornate dal fronte bellico. Voglio solo accennare, fra le innumerevoli fonti di rumore che rendono stressanti le nostre giornate ed agitate le nostre notti, a quelle occasionali, rappresentate da manifestazioni e spettacoli. Sotto questo punto di vista anche il Ducato si sente un poco parte in causa, pure se, come sa chi segue le nostre attività in questo campo, cerca sempre di conciliare i contrapposti diritti di chi vuole divertirsi e di chi vuol riposare, concludendo le proprie manifestazioni intorno alle undici, salvo rarissime eccezioni, che non superano mai, comunque, la mezzanotte. Ecco, forse la soluzione sta proprio nella ricerca di una ragionevole mediazione fra le due esigenze: diamo pure risposta ai bisogni d’evasione della gente, diamo «vita» alle nostre città per non ridurle a frenetici opifici di giorno ed a mortori di notte, veniamo incontro ai gusti dei giovani senza penalizzare troppo chi giovane più non è o non può permettersi di stare in giro fino a notte fonda. Ma troviamo un punto d’incontro ragionevole ed accettabile per tutti: ne trarranno giovamento la salute dei singoli e la convivenza sociale. Chi poi, magari, a mezzanotte ha ancora in corpo tanta energia e voglia di divertirsi, sia indirizzato in luoghi adatti, lontani dai centri abitati o adeguatamente insonorizzati. (Insomma, diciamocelo chiaro, le discoteche, sotto questo punto di vista, sono peggio delle industrie metallurgiche, che almeno funzionano solo di giorno, e come tali vanno trattate). Anche qui mi soccorre un lontano ricordo elvetico: molti comuni si erano dotati di locali appositi, perfettamente attrezzati e ubicati ben lontani dai centri residenziali, da affittare a chiunque, singoli o associazioni, avesse voglia di far festa. Unico impegno: restituire il tutto in perfette condizioni, altrimenti addio depositi di garanzia e speranza di ottenere altri permessi, all’insegna del sacro principio: chi rompe (anche i timpani!) paga e i cocci sono suoi. Gli svizzerotti, considerati, secondo il più banale e scontato dei pregiudizi, noiosi e soporiferi come un orologio a cucù, forse possono insegnarci qualche cosa d’altro, oltre al tanto strombazzato federalismo.
Cives
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