Per informazioni: redazionegiopi@ducatodipiazzapontida.it
>> modalità di abbonamento
Giopì n. 20 30 novembre 2008
IN QUESTO NUMERO: ■ COME FARE BELLABERGAMO ED ELIMINARE ILDEGRADO pag. 2 ■ UNO ALLAVOLTA pag. 2 ■ LA PAGINA DELLA POESIA BERGAMASCA pag. 3 ■ INTERVISTA A LUÌ ANGELINI pag. 4 ■ ALBERTO NESSI: FRA FILOSOFIA E RAFFINATA POESIA pag. 4 ■ REMO PEDRINI E LE FAVILLE POETICHE DEL BARBÉR pag. 4 ■ BERGAMASCHI ILLUSTRI: GABRIELE CAMOZZI pag. 5 ■ PAGLIARO: GLI AFFRESCHI DEL CORPUS DOMINI pag. 6 ■ IN MEMORIA DI VITTORIO POLLI pag. 6 ■ A COLOGNOLA LAFESTA POPOLARE DELLA «MADONINA DEL RASTÈL» pag. 7 ■ I CONCORSI DI POESIA DIALETTALE pag. 7 ■ DIBATITO SULLARIFORMA DELLASCUOLA pag. 8
ALLA FINESTRA Si farà... ma non ora
L’intenzione folle, a Bergamo - quella, fervida, di sotto -, chi lo sa se è raggiungibile, è di avere un bel salotto di portata... pedonale. Dove? In Centro, è naturale. Dunque un Centro esteso, un’isola che stia dentro il «Zeta-Ti-Elle» vasto assai; senza automobili; chioschi invece e bancarelle, pur che sia movimentato. Stop al Centro imbalsamato! Questo è scritto nelle pagine dei giornali, e gli agitanti credon già d’aver, con metodo, conquistato tutti quanti: tutti arditi, tutti eroi senza dubbi sul dipoi. Ma qualcuno già recalcitra, dice chiaro e fuor dai denti, che c’è l’alea, il gran perìcolo di dover, usci e battenti, quatti quatti, inchiavardare certi assai di non tornare. La parola adesso al Sindaco che digià è tra i più decisi; legge, apprezza ma, certissimo che i negozi son già in crisi, pensa e sbotta: «Alla malora, si farà, certo... Non ora!»
Francitus
A 150 anni dalla morte del grande e arguto compositore di caratteri e ritratti
Luciano Ravasio ricorda Ruggeri da Stabello «Poeta bortoliniano ragioniere»
Ho la fortuna di avere in casa il quadro che ritrae Pietro Ruggeri nel giorno della sua morte, sopravvenuta per «asma cattarale» il 17 gennaio 1858, in una casa nei pressi del «ponte» di borgo Santa Caterina (borgo poetico ducale). Nella tela in mio possesso il poeta di Stabello viene raffigurato come se fosse ancora in vita, allora usava così (mia moglie lo chiama comunque lo zombie), ma il volto che il pittore Giovanni Tiraboschi ci restituisce non ha più la baldanza e l’aura profetica del vate che appare nel noto dipinto dello Scuri: l’artista là guarda verso l’alto, qui gli occhi sbarrati sono volti al basso, rari i capelli sulla fronte, non c’è più la barba alla Cavour a incorniciare il viso scavato, eppure un cenno di sorriso restituisce bonarietà all’ultima immagine del ragioniere, poeta, quadrista Rügér de Stabèll. Chi scrive ha iniziato a interessarsi al più noto dei poeti bergamaschi dai tempi dell’università, grazie alla tesi di laurea intitolata: Pietro Ruggeri da Stabello, poeta bortoliniano ragioniere. Nel lavoro in questione, formulato sotto la guida del «Chiarissimo relatore prof. Guido Bezzola» (biografo e studioso di Carlo Porta), sottolineavo soprattutto l’influenza che il grande poeta meneghino aveva esercitato sul Piero de Stabèll e mi sforzavo di ricostruire l’ambiente in cui quest’ultimo era cresciuto. La vera scoperta in ambito biografico fu quella di provare che il poeta, da sempre definito brembano, era in realtà cittadino ed era nato solo per forza maggiore nel piccolo borgo sopra Zogno. Il padre aveva sì origini montanare, ma risiedeva in città, precisamente in Borgo S.Leonardo, già prima della nascita del celebre figlio. La madre era nata e cresciuta a Bergamo: risulta battezzata in S.Alessandro della Croce (in Borgo Pignolo) e nella stessa parrocchia era convolata a nozze il 10 ottobre 1795 con Santo Maria «ex Stabelo». Pietro, che ereditò lo scotöm del padre, fu l’unico di otto fratelli a nascere «d’Orobia montanaro », tutti gli altri risultano battezzati in S.Alessandro in Colonna (lui era il secondogenito, aveva sei sorelle e un fratello). Il perché di tale eccezione sta nelle vicende rivoluzionarie che segnano il 1797 e fortuna vuole che ce ne parli diffusamente proprio il parroco di S.Ales sandro in Colonna, don Giovanni Locatelli Zuccala, nelle Memorie storiche di Bergamo dal 1796 alla fine del 1813. In breve, visti i tempi grami, la coppia decise di sfollare a Stabello allora raggiungibile solo in mulattiera, «alla fratesca»; lassù: Il quindicesimo di luglio del mille settecen novantasette si sciolse dal terribile garbuglio la partoriente... Così dal sen materno il Ruggerino col visetto seren fea capolino. Calmatesi le acque, la famigliola fece ritorno a Bergamo e lo prova il fatto che la loro terzogenita (Maria Elisabet, nata il 28 dicembre 1800) risulta battezzata in S.Alessandro in Colonna. Il più emblematico dei poeti in bergamasco crebbe dunque in città e si formò alla scuola, tra l’altro, di Don Carlo Botta. È lui stesso a ricordare che fu la mamma a indirizzarlo all’oratorio di S. Chiara dove gratuitamente si insegnava catechismo, lettura, calligrafia e buoni costumi: Dopo la me mandè sö a Santa Ciara doe ‘l sior Don Carlo e l’ n’ìa töta la cüra... La ricostruzione delle vicende biografiche del Ruggeri, da questa fase di vita in poi, non si discosta dallo studio che Bortolo Belotti pubblicò nel 1933 e che rimane il vademecum degli esperti ruggeriani. Il lavoro di approfondimento, tuttavia, continua e consola scoprire che il Nostro è tuttora oggetto di tesi di laurea. Presso l'Università di Bergamo, nel novembre dello scorso anno, Marco Mosca si è laureato a pieni voti discutendo l'argomento: Pietro Ruggeri, «Pasticcier d’Apollo» venuto da Stabello. Nel giugno di quest'anno Emanuela Marzoli ha ottenuto la lode con il lavoro: Teatro e spettacolo popolare negli scritti di Pietro Ruggeri da Stabello. Torniamo agli anni Settanta. In quel periodo la filologa Piera Tomasoni preparò l’edizione critica delle Rime del Ruggeri per la collana Monumenta Longobardica: il Ruggeri veniva per la prima volta studiato da un critico «professionista », non condizionato dall’effetto alone chi è esattamente il Ruggeri se inquadrato in un panorama letterario nazionale: «Superficiale erede della tradizione dialettale milanese e soprattutto del Porta, del quale coglie molti elementi senza comprenderne il vero significato, originale nella trovata comica e d’intrattenimento, apprezzabile e garbato proprio quando non è appesantito da un impegno morale non intimamente sentito, il Ruggeri fu indubbiamente un minore: ma la storia è fatta anche e soprattutto dai minori ». Tutto vero, ma a distanza di anni e con un curriculum da affabulatore dialettale e cavaliere ducale so che bisogna avvicinarsi anche col cuore al Piero de Stabèll, perché rimane una delle radici vivificanti per chi è cresciuto da queste parti e con tale disposizione d'animo va riscoperto. Così, del resto, è avvenuto nel corso del tempo... chi ha saputo veramente comprenderlo (anche grandi ingegni nostrani) lo ha fatto collocandolo nell’olimpo dei poeti orobici («tra i cigni d’Orobia ») e legandone la riscoperta al territorio, ai luoghi in cui è vissuto e che ha cantato, collocandolo nella tradizione dialettale lombarda fatta di grandi poetinarratori, attenti soprattutto alle vicende quotidiane. Antonio Tiraboschi, nella prefazione alla silloge di poesie rugge-riane del 1869, scrive: «Possono i Bergamaschi non curarsi del loro Ruggeri, del loro Poeta popolare che, ridendo, sapeva tanto maestrevolmente castigare i costumi? ». Legare il Ruggeri all'immaginario popolare non è un ridurre il valore del Nostro, ma conferirgli una valenza non cenacolare; suona, anzi, come una attribuzione di «universalità orobica» e poi, i temi che Ruggeri tratta si rifanno, il più delle volte, proprio al mondo tradizionale autentico. Continuo è il ricorso a tecniche narrative popolaresche e, soprattutto, rimane il solo poeta (accanto a Giuseppe Mazza) i cui componimenti siano entrati nel repertorio folclorico di casa nostra: tanto che mi è capitato di sentire declamare versi ruggeriani da parte di popolani, quasi fossero «formalizzati» della cultura orale. Il primo ad intuire che la sua gloria sarebbe stata casereccia fu il Ruggeri stesso, se ebbe a dichiarare: Se non un Prati almen sarò stimato Quant’è Paquino a Roma reputato. Personaggi come lui non vanno misurati in base all’audience critica o all’area di risonanza, vanno invece degustati e valorizzati nel loro ambito di riferimento, gustandone la lingua, perché solo così risultano grandi comunicatori sub specie aeternitatis. I personaggi che etichettiamo come minori realizzano dei reportage poeticonarrativi muovendosi in un limitato ambito geografico, abbozzano genericamente un determinato momento storico perché tratteggiano una realtà provinciale che vive di riflesso i grandi eventi. Tale microcosmo viene colto nella sua staticità quotidiana, nella sua incoscienza storica, viene celebrato nei luoghi comuni (vox populi vox Dei) e certamente difetta in simili narratori (e lo diceva già il Biondelli, che citerò liberamente): «Una profonda penetrazione della vita... e l'acume nello sviscerare l’intimo carattere delle cose». Tuttavia, di tutti i poeti bergamaschi dell’Ottocento, magari più illustri e «impegnati» di lui (penso ad Ottavio Tasca, a Giovanni Colleoni), Ruggeri è il solo che ci parla di una Bergamo concreta. Suo è il poemetto eroicomico sulla Rivoluzione di Bergamo nell’anno 1848, dato alle stampe dal «meno risorgimentale dei nostri poeti». La definizione è di Marco Nozza (L’Eco di Bergamo del 13.1.1959). Il «nostro Ruggeri», nell’accezione «patriottica» del Tiraboschi, è quello che Pasino Locatelli commemora nell'articolo pubblicato sulla Gazzetta di Bergamo del 2 febbraio 1858, quindici giorni dopo la sua scomparsa. «Il Ruggeri, nato allo scherzo, e a ciò solo costantemente attendendo, volle intitolarsi poeta “Bortoliniano di Stabello” (suo villaggio natale), mostrando coll'appellativo burlevole la poca importanza che dava alla propria musa e l’assunto di dedicarla intiera a compor rime pe’ suoi compaesani».
|