Per informazioni: redazionegiopi@ducatodipiazzapontida.it
>> modalità di abbonamento
Giopì n. 2 31 gennaio 2009
La storia della nostra gente agli inizi del ’900 in una situazione di povertà economica che accomunava gran parte delle valli bergamasche
Quando l’unione fa la «Fratellanza»
Per superare le difficoltà Casnigo capì che era necessario unire le forze disponibili e diede vita al «circolo Fratellanza - società di Mutuo soccorso»Un po’ d’anni fa, dovendo presentare uno spettacolo serale in quel di Casnigo, mi recai, nel pomeriggio, a prendere visione del teatro. Lì m’accolse un tal Eugenio che guidò la mia ricognizione; lì ci fu il colpo di fulmine e da lì parte la storia che vengo a raccontarvi prendendola da lontano. Agli inizi del ‘900 l’Italia, con il sangue dei martiri e dei soldati, si era unita da poco, ma lo Stato rimaneva non diciamo nemico ma paternalistico, portava ancora in sé quelle caratteristiche di predominio, di soggezione che erano i connotati essenziali dei rapporti intercorrenti tra governo e cittadini. Insomma, il cittadino non era ancora tale; era ancora un «suddito» anche se non più nel senso assolutistico tramontatoo tramontante. Le disparità sociali erano notevoli e, comesempre, i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. Possiamo, dunque, immaginare quale fosse la situazione nelle nostre valli, con uno stato centrale in grave ritardo sull’industrializzazione, con problemi di «cassa», con tasse minime sui consumi di lusso e massime sulle attività di maggior rendimento (si pensi, per esempio, alla tassa «sul macinato» in agricoltura). Non era certo quella la qualità della vita e la dignità sociale che ci si attendeva dal Regno d’Italia, finalmente unito. Per fortuna (si fa per dire) giunsero dalla vicina Svizzera e dal Belgio imprenditori lungimiranti che, valutate le condizioni ottimali per far guadagni sul territorio bergamasco (nello specifico in Val Seriana), installarono le loro colonie. I terreni non industrializzati furono acquistati a basso costo. L’abbondanza dell’acqua e la conseguente energia elettrica erano garantite unitamente alla notevole capacità tecnica della nostra gente specie nell’artigianale tessitura. Dettero così lavoro ma la povertà rimase dilagante. Le paghe erano da fame (un terzo della retribuzione di un operaio svizzero), chi s’ammalava spesso perdeva il posto di lavoro; se un telaio s’inceppava o la pezza si macchiava, il danno veniva addebitato all’operatore che percepiva, dopo 12/13 ore di lavoro, lire 2,15 se uomo, lire 1,65 se donna. Per difendere diritti e lavoro, per avere umano rispetto e dignità s’adoperarono, per primi, i sindacati socialisti e cattolici e gli echi delle proteste e degli scioperi raggiunsero anche le pieghe delle nostre vallate. A Casnigo la nostra gente capì che per fronteggiare la precarietà sociale occorreva una sola ed indispensabile forza: l’unione e, nell’aprile del 1904, nacque la laica Società Fratellanza di soccorso che, in seguito, diventerà circolo Fratellanza - società di Mutuo soccorso(1). Con uno statuto ricco di norme a misura e buon senso, regolarmente depositato e legalmente riconosciuto da Roma, il neonato sodalizio si poneva al servizio di tutti i soci che, con tredici lire annue, usufruivano di aiuti e sostentamento in caso di perdita del lavoro, malattia, invecchiamento e morte (spese funerarie). Fratellanza: consorzio pacifico di amichevole affetto, di benevolenza fraterna naturale e civile di tutti gli uomini. Soccorso: aiuto, sussidio, sovvenzione. Due termini importanti, vitali che, rispettati ed onorati da uomini onesti e di buona volontà, migliorarono non poco le precarie condizioni della comunità casnighese; s’intendeva così gestire il presente ed organizzare il futuro. Il circolo, in affitto dalla sua nascita nella secentesca casa patronale dei Bonandrini (casa natale del dott. Giuseppe Bonandrini, secondo Duca di Piazza Pontida con il nome di Pichetù Ü) svolse con dovizia e continuità il suo fruttuoso operato, sensibile, oltre che negli aiuti economici, all’istruzione degli associati ritenendola di primaria importanza. Si giunse, così, alla prima e sanguinosa guerra mondiale. La Patria chiamò e i paesi si svuotarono. Tanti partirono e molti, purtroppo, non fecero ritorno. Il Circolo attraversò una crisi ma non morì, anzi. Con la fine della guerra i casnighesi rialimentarono fiamma e brasca della loro società. C’era voglia di girar pagina, di nuove idee. Si pensa d’acquistare parte dello stabile e, dopo lunghe trattative e sforzi finanziari (si parla di 15.000 lire nel 1922), si stipula il contratto con il Dott. Colombo, marito di Luigia Bonandrini, ultima erede della grande famiglia. La nuova proprietà è costituita da un’ala della casa (piano terra e primo piano), l’accesso alla cantina, il cortile, il diritto di passo nella corte da un portone all’altro e la stalla adiacente, anticamente ricovero di cavalli e carrozze. Molte, tante, troppe sono le vicende che seguirono ma lo spazio mi chiede sintesi e, pertanto, arrivo ai giorni nostri. Quel tal Eugenio, menzionato in principio, altri non è che Eugenio Rossi, persona meravigliosa, casnighese doc., appassionato presidente del Circolo dal lontano novembre 1986. Sotto la sua presidenza si è restaurato il teatro, (2) è stato alloggiato per ben tredici anni il Centro d’accoglienza per extra comunitari. Oggi quelle sale ospitano le seguenti associazioni: AUSER, l’immancabile A.N.A. (Assoc. Naz. Alpini), il Pedale Casnighese, il Gruppo Artisti casnighesi, il coro Voci orobiche, Assoc. del Baghèt, il circolo degli scacchi, corsi per la terza età e se qualcuno ho dimenticato chiedo venia. È dunque il caso di dire che l’unione fa la «Fratellanza». L’odierna preoccupazione di Eugenio e del suo Direttivo è quella che il Circolo rimanga tale, fedele ai principi dello Statuto, senza fini di lucro e non si trasformi, con le nuove leggi sui mutui soccorsi, in cooperativa. Custode delle radici nella sua comunità, questo Presidente di lungo e collaudato corso tende ad un futuro sociale e culturale globalizzante. Sulla porta d’ingresso del circolo troneggia un pannello ovoidale con effigiate due robuste mani che si stringono: l’emblema della fratellanza. Quel valore che da cent’anni e più ha unito povertà, amore e coraggio: quel valore che da cent’anni, con alterne vicende, resiste e non si logora per merito di uomini forti ed onesti; quel valore a cui auguriamo ancora cent’anni.
Piero Marcellini
ALLA FINESTRA L’A.Ti.Bi... in solluchero
L'A.Ti.Bi è digià in solluchero perché i conti van benone. Dal Duemila e cinque, al nascere della rete in estensione fino ad oggi, ha tra i vantaggi due milioni in più di viaggi. Ma un tipaccio, definiamolo a dir poco disfattista, si fa avanti a salti e srotola piano piano la sua lista: "Già, ma han fatto i conti dritti, senza includervi i tragitti". Giunge il pulman velocissimo. Sì, ma quale al primo sguardo? Quel di dopo un po' in anticipo? Quel di prima assai in ritardo? Segna un'ics... e sii ben grato per il freddo che hai mangiato. Caso mai, prima d'attendere vanamente... c'è il display, guarda in alto e leggi i numeri, sarai salvo, se ci sei. Però il dubbio t'avvelena che sia tutta messinscena. Toh, che arriva! Sali rapido, cerchi il vezzo d'un sedile, ma non c'è. Transeat. S'accelera ché l'orario adesso è vile. E tu incrocia pur le dita, sei in pericolo di vita.
Francitus
Il «mondo piccolo» de l’Eco di BergamoDa tempo ormai il nostro maggior quotidiano raccoglie parte della cronaca locale in una sezione dal titolo «Vita bergamasca». Dato il tipo di notizie che queste pagine ospitano, si ha l’impressione di approdare ad un’isola tranquilla nel mare burrascoso dell’attualità: fra crisi economica e finanziaria con relativa chiusura di imprese e lavoratori che perdono il posto, venti di guerra dai più diversi angoli del mondo, imprese efferate di terroristi e delinquenti più o meno organizzati, tragedie familiari e via elencando, le pagine della cronaca «maggiore » non sono davvero adatte a tirarti su il morale. Da «Vita bergamasca» invece arrivano notizie di amministrazioni pubbliche attivissime e sollecite (Vuoi vedere che c’entrano un poco anche le elezioni amministrative ormai prossime!). Ma poi, e soprattutto, una marea di iniziative piccole e grandi: eventi culturali, attività di volontariato, spettacoli ricreativi a scopo benefico, incontri festosi di benemeriti sodalizi, sagre e convivi vari, arzilli vecchietti che festeggiano compleanni circondati da stuoli di nipoti e così via. Un «mondo piccolo» che sembra aver accolto l’invito proveniente da altissime personalità a «pensare positivo» ed essere ottimisti. Intendiamoci: si tratta, in parte, di una specie di illusione ottica: basta girare la pagina per trovarsi di fronte l’ennesima foto di lamiere accartocciate, frutto dell’ennesima tragedia del sabato sera. Eppure... Eppure dobbiamo ammettere che quest’oasi di pace relativa fa bene al morale e serve da parziale antidoto a quell’effetto depressione che la lettura dei giornali spesso induce. Aboliamo per legge le notizie negative, allora? Non scherziamo! Limitiamoci a prendere atto che esiste, e resiste, nella nostra provincia come altrove, un mondo fatto di associazionismo, di volontariato diffuso, di voglia di essere presenti e partecipi della vita della comunità; che non pretende di cambiare il mondo (ci vuol altro!), ma si accontenta di migliorare un poco la realtà che lo circonda. Esiste, e «L’Eco di Bergamo» fa bene a ricordarcelo.
Il Duca di Piazza Pontida LÌBER PRIM
RESTAURATO IL TEATRO-GIOIELLO TESTIMONE DI UN MOMENTO STORICO E CULTURALE DI CASNIGONel Febbraio del 1921, nonostante il pesante esborso per l’acquisto precedente dei locali per il Circolo, i Soci decidono di trasformare la stalla in teatro. L'incarico del progetto (previsto in 12.000 Lire) è affidato all’ing. Locatelli ma viene sospeso poco dopo perchè ci si aggiorna: non solo teatro ma anche cinema. Necessita una sala più lunga per le proiezioni e i lavori riprendono nel settembre dello stesso anno. Gli oneri sono pesanti, si ricorre a prestiti intersociali e ad un impegno bancario con la Banca di Gandino. Dove è possibile risparmiare non si perde l’occasione. Le colonnine di ferro che sostengono il loggiato sono dono del cav. Bertracchini (munifico sostenitore del circolo), e recuperate dall’abbattimento delle case operaie di Gazzaniga. Si dà incarico per gli affreschi al pittore Michele Frana di Gandino e, finalmente, nell’aprile del 1922 avviene l’inaugurazione ufficiale con grande festa ed un concerto della Banda di Leffe. Oggi, sapientemente restaurato, questo teatro-gioiello, testimone della cultura di ieri, è necessario humus per quella di domani.
|