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Giopì n. 3 - 15 febbraio 2009 ::  

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Giopì n. 3
15 febbraio 2009





 

IN QUESTO
NUMERO:
 

■ LAT ORRE È BELLA... MA IL MOSTRO È RIMASTO pag. 2
■ AREA EX ENEL: QUANTI ALBERI SARANNO SALVATI? pag. 2
■ LA PAGINA DELLA POESIA BERGAMASCA pag. 3
■ LA MOSTRA ANTOLOGICA DEDICATA ALPITTORE GIUSEPPE MILESI pag.4
■ SULLA SCENA BERGAMASCA: «PANDEMONIUM TEATRO» pag.4
■ BERGAMASCHI ILLUSTRI: LUIGI ANGELINI pag. 5
■ 1950: ATALANTA-INTER 2-1 E ILTRANVIERE SI FERMÒ PER SALUTARE FABBRI pag. 6
■ GIRO TURISTICO NELNOME DELFORMAGGIO pag. 6
■ A ZANICA ILGIOPPINO HA LA SUA ASSOCIAZIONE pag. 7
■ DIBATTITO: MACHE COS’È QUESTA IDENTITÀ BERGAMASCA? pag. 8
■ GRAN GALÀ NEPIOS A FAVORE DELL’INFANZIA pag. 8

ALLA FINESTRA
Effetto Fara

altrimenti detti grane, sono tre: i trasporti pubblici, poi le carceri... e le frane. Tre cosette in un concento che presume movimento. Dei trasporti -oh, sì, scusateci se ne abbiam parlato giàma eran quelli nostri, indigeni, mentre uscire di città con il treno, a scarsi orari, dà fastidio ai pendolari. Non è ver che non li ascoltino, li considerano matti. Così loro si ribellano, ma rimangon sopraffatti. La Regione... onnipotente, batte il chiodo inutilmente. Le prigioni nostre scoppiano, non han più la metratura. Criminali e miserabili premon forte quelle mura... Può accader che qualche sasso frani rapido dabbasso. Ben per questo, i responsabili dei progetti in eruzione, meditando sui pericoli della loro professione, stan pensando, tutti in gara, d’evitar... l’effetto Fara.

Francitus


La recita scolastica alla Scuola Media «Donadoni» di Bergamo in occasione della «Giornata della Memoria»
Quando sono i ragazzi
a ricordare gli orrori della Shoah


Apiccoli gruppi, i ragazzi entrano a passi lenti e a testa bassa, sul canto altissimo di una voce femminile che intona In pacem di Arvo Part, e abbandonano per terra, uno ad uno, un indumento, una borsa, una sciarpa, prima di uscire da un’altra porta. Il mucchio delle cose lasciate si fa sempre più alto, finché rimane solo quello, illuminato da una luce vivida. È quel che resta di una moltitudine di persone distrutte dalla follia nazista. È l’incipit - che fa venire
un groppo alla gola - di una recita scolastica dedicata alla «Giornata della Memoria». Mentre si è parlato qua e là delle manifestazioni «ufficiali », altre iniziative non hanno ricevuto attenzione al di fuori degli ambienti in cui si sono svolte. Ed è un peccato perché è successo che una recita scolastica come quella di cui è stato descritto l’inizio - rivolta agli studenti stessi e, al più, ai loro genitori e parenti - sia andata per passione ed esiti ben al di là della ufficialità delle manifestazioni «obbligate ». Mi riferisco in particolare al vero e proprio «spettacolo» realizzato all’interno della Scuola Media Donadoni di Via Tasso grazie a una fattiva collaborazione tra insegnanti e studenti. Se il prof. Soldani ha pensato alla struttura dei testi e la prof.sa Savoldelli al coordinamento dell’azione, sono i ragazzi ad aver lavorato con convinzione per un risultato che, a parte il fine educativo, ha raggiunto esiti che non esito a definire teatralmente elevati. Così, alternando al «coro» i «solisti» (come quello che ha
dato praticamente il via alla rassegna col monologo scespiriano del Mercante di Venezia («Sono un ebreo. Non ha un ebreo mani, organi, membra, sensi, affetti, passioni?...»), lo spettacolo si è suddiviso in vari capitoli imperniati su una determinata situazione (le leggi razziali, le donne, la notte, la stella di Davide), su un testo (dai Salmi a Sofocle e a Wiesel) o anche su un quadro analizzato nei suoi simboli (L’urlo di Munch). Il tutto accompagnato da una scelta di musiche suggestive, alcune registrate (Rossini, Mahler, Piovani), altre eseguite dal vivo da due alunni (violino e chitarra). Elemento «avvolgente»: la proiezione su grande schermo di fotografie, figure, scritte, motti. Un risultato unitario, alla fine, ottenuto da ragazzi che hanno lavorato sodo e che, insieme all’imperativo di non dimenticare, hanno affermato la loro vitalità, convinti della necessità di un’esistenza fondata sulla dignità, sul rispetto, sulla collaborazione.

Ermanno Comuzio 


Una pubblicazione della Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo
Omaggio all’ing. Enzo Lauletta


La storia e lo sviluppo dell’Ismes, dal 1951 e per circa un ventennio, sono andati di pari passo con l’affermazione professionale dell’ing. Enzo Lauletta, al quale la Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo ha dedicato il sesto volume della collana «I Protagonisti» (luglio 2008). Nella prefazione, di Giovanni Giavazzi e Roberto Sestini, viene ricordato che nel 1946-47 la Società Adriatica di Elettricità e l’Italcementi si accordano per costituire l’Isac (Istituto sperimentale per applicazioni calcestruzzo), ente al quale mostrano interesse i principali gruppi elettrici nazionali in vista della costruzione di molte dighe; nel 1951 dall’Isac nasce l’Ismes, dove «nel primo decennio vengono sperimentate non meno di 60 dighe in calcestruzzo, principalmente ad arco e ad arco-gravità, di cui 24 estere distribuite in 5 continenti », e dove, dal 1952, inizia l’attività professionale di Lauletta che contribuisce «in maniera decisiva a farne un centro di rilievo assoluto» grazie «al suo rigore scientifico ed alla sua intuizione creativa ». Carla Maria Kovsca ha curato la pubblicazione del volume dopo aver raccolto molti contributi sull’ing. Lauletta (compagni di Liceo, colleghi di lavoro e professionisti dai quali gli era stata chiesta collaborazione) e nell’introduzione riassume quanto verrà approfondito in seguito, e cioè che l’illustre personaggio «aveva intrapreso la sua carriera all’insegna della creatività, giungendo in pochi anni a sviluppare nuove tecniche sperimentali per migliorare e perfezionare le indagini di ingegneria strutturale». Per una breve biografia c’è da ricordare che Lauletta nasce in Sardegna nel 1927 e per 15 anni segue la famiglia in vari spostamenti dovuti alla carriera in magistratura del padre: le tappe sono Trento, Treviglio e Bergamo, dove arriva nel 1942 e dove, tre anni dopo, termina il Liceo classico; si iscrive poi al Politecnico di Milano (facoltà di ingegneria industriale, sezione di elettrotecnica) e si laurea nel 1952. Pressoché immediato il suo ingresso all’Ismes dove rimane, in posizioni di prestigio fino a quella di condirettore, per circa 20 anni quando nel 1971 prematuramente scompare a causa di una malattia che si era già manifestata nel 1949 e che si era spesso ripresentata debilitandolo sempre più. Ritornando all’attività di Lauletta, viene riconosciuto all’ingegnere il merito di aver proceduto, dopo la progettazione e l’installazione di impianti adeguati, alle prime prove dinamiche (per simulare gli effetti di un terremoto) e l’evoluzione tecnologico scientifica di cui il giovane ingegnere «fu non solo testimone, ma anche promotore fin dall’inizio della sua attività all’Ismes, fu veramente provvidenziale, poiché senza questa fase, condotta con metodologie sempre più sofisticate, non sarebbe stato possibile raccogliere dati importanti non solo per verificare la sicurezza sismica dei singoli progetti, ma soprattutto per validare l’adeguatezza delle ipotesi teoriche su cui si fondava la nuova disciplina dell’Ingegneria Sismica». Significative sono le testimonianze rilasciate da professionisti che avevano chiesto consulenze all’ing. Lauletta. L’arch. Giuseppe Gambirasio dice: «Potrebbe apparire cosa singolare che queste poche righe in ricordo di Enzo siano scritte da un architetto, ma sono convinto che l’osservatorio di altra disciplina dal quale io guardo abbia il privilegio di meglio illuminare l’intelligenza con la quale Enzo svolgeva il suo mestiere, proprio per i riflessi che sapeva evocare nella costruzione reale dell’architettura... In molti casi di problemi costruttivi complessi, egli sapeva trovare la giusta soluzione inventiva e innovativa, porgendola con sembianze di semplicità (e non lo era quasi mai), come fosse la cosa più ovvia che ci si potesse aspettare». L’arch. Pietro Milanesi, progettista del Tempio di Ognissanti, ritiene che «nel caso dei calcoli per la chiesa del Cimitero di Bergamo, l’ing. Lauletta, non deve essere citato come un piccolo ingegnere sconosciuto, ma come un grande ingegnere, come ha dimostrato anche in molti altri casi di essere. È stato comunque l’unico, in quel momento, a Bergamo, capace di eseguire i calcoli statici di una struttura di quel genere. E, a quanto mi risulta, anche oggi non c’è a Bergamo un ingegnere con le sue capacità. Perciò si può dire che è per merito suo se quella chiesa oggi esiste». da ultimo il ricordo - soprattutto dal punto di vista umano e sociale - di un grande scienziato, il prof. Silvio Garattini. «Di qualsiasi problema si discutesse, lui voleva capire qual era l’origine di quel problema e capire tutti i passaggi. Era una testa impressionante per le sue capacità di ragionamento. Era buono, sempre pronto ad aiutare gli altri, sempre disponibile per qualsiasi causa avesse un fine di bene, la stessa sua appartenenza all’Azione Cattolica era un’altra esemplificazione di queste sue caratteristiche. Era l’epoca in cui andavamo spesso in giro a far conferenze nella provincia di Bergamo ai giovani di AC. Ci preoccupavamo di come noi giovani dovessimo collocarci nella società... La società, la persona umana, erano questi i temi spesso ricorrenti delle nostre discussioni, naturalmente rapportati agli avvenimenti di quei tempi, dopo la guerra... Quelli sono stati anni di grande entusiasmo, di gran dedizione, di lavoro!».

R.


: WebMaister print 15/02/2009 - 16:32
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