Lascio ai Poeti ed agli studiosi il compito di ricordare Carmelo Francia con il dovuto rispetto ed affetto che ognuno di loro saprà certamente esprimere meglio di me.
Queste poche righe di commiato vogliono semplicemente essere la mia testimonianza di cordoglio vero, verso un uomo che per tutta la vita ha donato al nostro sodalizio tutto se stesso, con convinzione e disinteresse.
Sebbene la Sua complessa personalità abbia reso a volte difficile il nostro rapporto interpersonale, la reciproca volontà di superare le divergenze per il bene del Ducato è sempre prevalsa; ma è il Carmelo dai sentimenti più profondi e, molte volte inespressi, che io qui voglio ricordare ed ossequiare con tanto, tanto affetto.
Addio Francitus
Lìber Prim
Nel dicembre del 1945, dopo un lungo periodo di silenzio a seguito della chiusura imposta dal regime fascista ben sette anni prima, il nostro periodico riprendeva le pubblicazioni.
Ho sott’occhio una copia di questo primo numero e - confesso - provo un misto di tenerezza e di rispetto ed ammirazione.
Tenerezza per la modestia «tecnica» del foglio, dall’aspetto decisamente dimesso (un foglio, quattro paginette, carta scadente e stampa dello stesso livello) che ci dice dell’Italia appena uscita dalla guerra più di un libro di storia. Epperò anche ammirazione per il coraggio, la tenacia, la voglia di ricominciare, di risalire dal baratro in cui era precipitato il paese, ricucendo i rapporti con la comunità bergamasca, sconvolta da vicende che avevano avuto anche da noi - pur se meno che in altre realtà - gli aspetti laceranti del conflitto civile.
Il Ducato non aveva ancora ripreso la sua attività e già il suo giornale ricompariva nelle edicole, sempre diretto da un uomo del valore di Giacinto Gambirasio.
Fra i nuovi collaboratori, un giovanotto poco più che ventenne che debuttò subito, con il curioso pseudonimo di Francitus Marcielo, con poesie in dialetto bergamasco. Tutta la prima fase della sua collaborazione con il giornale si svolse, del resto, in questo campo e si caratterizzò, da subito, per la continuità e la regolarità del suo apporto. («Al Francia - osservò una volta Gabrio Vitali - la poesia gli nasce bergamasca». Pur se - aggiungo io - fu versificatore disinvolto e sicuro anche in italiano).
Ma torniamo al giornale.
Vi fu una breve interruzione per seguire Giacinto Gambirasio nella generosa avventura editoriale del periodico «La Penna», insieme ad un altro giovanissimo e promettente poeta dialettale, Umberto Zanetti. Poi il ritorno in seno alla famiglia ducale ed al «Giopì», che da allora non avrebbe più abbandonato.
Del Ducato fu segretario e «grammatico »; del giornale redattore fisso, poi vicedirettore, quindi direttore editoriale quando Luigi Gnecchi dovette rinunciare per ragioni di salute. Un rapporto, quello con il «Giopì», durato complessivamente oltre sessant’anni, di cui più di venti alla direzione del foglio ducale, cui egli impresse il marchio di una forte personalità, che rimase sempre coerente ai suoi principi ed ai valori in cui credeva e non mutò mai, nonostante in questo lungo periodo alla guida del sodalizio si siano alternati ben sette Duchi.
Perché per il nostro l’impegno nel Ducato - e nel suo giornale, soprattutto - era una ragione di vita, una specie di «dovere» laico inteso nel senso più nobile del termine. Ricordava uno dei celebranti alla sua cerimonia funebre che, giunto all’età della pensione, lo si poteva vedere ogni mattino, puntuale come un orologio svizzero, cartella sotto il braccio, aria seria e concentrata, avviarsi a prendere il bus per raggiungere la sua postazione di comando nella sede del Ducato.
Quando, in ragione dell’età, qualche anno fa accettò di condividere col sottoscritto la responsabilità della conduzione del giornale (il passaggio di consegne alla direzione sarebbe avvenuto solo nel 2008, ma Francia ha continuato a curare, con lucidità e competenza, la parte dedicata al dialetto fino a due mesi fa), ebbi con lui un breve incontro, nel corso del quale mi spiegò, brevemente, come andava impostato il menabò.
I suoi fogli erano di una precisione e di una nitidezza incredibili; non utilizzava un’impostazione per moduli, ma di ogni articolo, titolo, foto o illustrazione dava il numero delle battute, la dimensione dei caratteri, le misure esatte al millimetro.
Sotto questo punto di vista, lo riconosco, sono stato un allievo assai modesto, potendo per altro contare sull’elasticità e la velocità fornite dai nuovi strumenti informatici e sul sostegno della grande esperienza - nell’impaginazione e nella grafica - di un professionista come Roberto Ferrante.
Ma l’accuratezza e l’acribia che subito colpivano in Francia, se erano lo specchio della serietà e della convinzione con cui portava avanti il giornale, erano anche la prova di quanto, in realtà, amasse questa «sua» creatura e nel contempo l’avvertisse come un servizio reso alla comunità, alla storia, alla cultura e alle tradizioni della nostra terra. Ne era fiero, lo difendeva con i denti l’amato «Giopì», se necessario, camuffando l’affetto che gli riservava sotto espressioni sobrie, secche, a tratti quasi urticanti.
E qui rivelava quanto, in realtà, la sua fosse una personalità complessa, capace di sentimenti profondi, di inattese, ombrose tenerezze, di sottili malinconie (ciò che era più visibile nei componimenti poetici), ma anche di una vena satirica ed ironica capace di esorcizzarli. Altri dicono qui del Francia poeta e della sua vasta produzione, della sua lunga attività di studioso della nostra lingua, sfociata nel dizionario bergamasco- italiano, della sua attività d’insegnante appassionato ed esigente che ha avvicinato un’intera generazione alla nostra poesia ed al nostro dialetto. Io mi sono limitato a ricordare la sua lunga, preziosa opera a favore del giornale ducale, sul quale ha lasciato - lo riconoscono tutti - un’impronta indelebile.
Gianluigi Morosini
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.
Salvatore Quasimodo
Carmelo Francia, poeta
Ci mancherà un Uomo, un Maestro.
Carmelo Francia è tornato alle altitudini del monte Parnaso, dimora di Muse e Poeti. La sua cetra ora giace muta. Lo immaginiamo lassù, tra gli spiriti contemplativi, ispirato a comporre il suo cantico dei cantici a quel Supremo, che lo privilegiò con doti poetiche di mirabile pregio. Carmelo Francia è stato un dono al Ducato di Piazza Pontida e alla cultura orobica. Ora, senza di lui, nella poesia dialettale bergamasca si crea un profondo vuoto. Un poeta d’immensa caratura, degno di comparire tra le primarie figure italiane cultrici del «nobil volgo ». Non ci ingannino i suoi moti d’intransigenza, quel suo tenace sfidare giudizi e pregiudizi, purché il sacro altare della poesia non venisse profanato da degradi o banalità: poneva la vera Poesia oltre tutto e sopra tutto. Anche il suo poetare era intransigente, soprattutto con se stesso, non solo nell’evitare storture alla metrica, ma sfuggendo ad ogni facile sentimentalismo e senza piegarsi ad uscite di facile effetto. Magari anche per questo, oltre all’innata modestia, la sua poesia non ha spopolato. Si proponeva d’arrivare al cuore e alla mente della gente, mediante un linguaggio modulato da eleganza e raffinatezza, solo in apparenza d’elite o velatamente ermetico e niente affatto costruito o studiato, ma figlio di una ispirazione spontanea e personalissima; quasi avesse ereditato dagli avi toscani qualche venatura del dolce stil novo. Difatti, mi pare ardito ma non spropositato scorgere nella poesia del Francitus delle affinità con le migliori tradizioni del volgare fiorentino, sia nella purezza del dialetto (bergamasco), che nelle peculiarità stilistiche. Di certo Francia pensava e scriveva in bergamasco. Una particolare sensibilità emotiva e un’attenta osservazione della realtà sono state probabilmente parte del suo inesauribile motus creativo. Ma se scendiamo a un’analisi più profonda dei testi, la sua poesia ci inoltra in sfere semantiche di rara bellezz ed a scoperte esaltanti sulle proprietà espressive e letterarie del dialetto bergamasco. Dall’alto della sua esperienza, sapeva plasmare con straordinaria maestria modalità compositive e tematiche anche diverse fra loro: dal ruolo empatico nel cogliere immagini poetiche dalle contingenze quotidiane, a quello simpatico, affidato a una riflessione mentale più meditata e ricca di concetti forti, sino alla connotazione fortemente filosofica.
Difatti, la produzione poetica ultima si potrebbe assimilare alla figura di un «cronista filosofo», che uscendo a fare pratica nel mondo, ne scrutava gli eventi, elaborando considerazioni d’ordine morale che poi trasponeva nei versi. Versi mai sovrabbondanti, ma dominati da un istinto portato alla sintesi, come giustamente conciso dev’essere il pensiero poetico. Altre composizioni, invece, s’intrecciano ai ricordi della vita: famiglia, amicizie, esperienze, luoghi bergamaschi, ma anche in tali «confidenze» Francia sa esprimere intuizioni e sensazioni di ampio orizzonte, trasformando quella che potrebbe essere poesia intimistica in nutrimento spirituale di notevole respiro e larga fruizione. La dimensione autobiografica, dunque, supera l’Io, ed assume un’umanità versatile, allorché si pone domande d’interesse universale e trova soluzioni che evitano l’individualismo, per contribuire a indirizzare sulla «buona strada» la disorientata umanità. È in questo genere di poesia dove mi sembra che traspaia e s’affermi limpido il suo impegno civile.
Mi piace qui ricordare un passo di Gabrio Vitali, tolto dal commento a una pubblicazione, dove diceva di Francia: «Raccoglie ogni sfumatura del sentire, ogni scampolo del ragionare e li imbriglia nelle rime e nella metrica sapiente del verso». E di quanto fosse gelosamente custode, ma anche generoso innovatore nella metrica, possono rendere testimonianza i suoi allievi; con cura paterna ma senza sconti, pretendeva nelle sue trattazioni l’assoluta coniugabilità dei versi, un ritmo appropriato e un contenuto degno dell’arte poetica.
Le sue pluridecennali lezioni presso la scuola di dialetto del Ducato, hanno assicurato un futuro al dialetto bergamasco, rivitalizzandolo almeno a livello amatoriale. Il suo operare in questo ambito e la stima incondizionata derivatone, mi ricordano una terzina del I Canto dell’Inferno dantesco:
«O de li altri poeti onore e lume vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore che m’ha fatto cercar lo tuo volume».
Grazie al suo «lavoro» poetico, disponiamo oggi d’un patrimonio linguistico dialettale di considerevole rilevanza: accanto alle voci arcaiche ricuperate, al ripescaggio di rarità linguistiche, alla dosata introduzione di italianismi oramai affermati nella parlata popolare, al suo adoperarsi nello stabilire analogie o particolarità fonologiche, morfologiche e sintattiche tra dialetto e italiano, possiamo ben dire che la lingua bergamasca abbia acquisito da lui nuova dignità, fors’anche ringiovanendola. Notevole il suo curriculum: iniziò a comporre nel primo
dopoguerra, prima in italiano poi prevalentemente in dialetto, conseguendo innumerevoli affermazioni nelle maggiori gare poetiche, fu poi chiamato a presiedere un’infinità di concorsi di poesia; il numero di opere scritte, sia in prosa che in versi risulta inquantificabile: hanno riempito negli anni pagine e pagine del Giopì.
Tra le pubblicazioni più rilevanti:
«La löcerna» 1961, «Poesie bergamasche» 1966, «Söl viàl di mé fàole» 1979, «Öltime brase» 1984, «Ü caagnöl de pensér» 1991, «Pinòchio» 1993, «Menabò» 2000, «Dizionario Italiano-Bergamasco» (con Gambarini) 2001, «Filosoféa a bù mercàt » 2003, «Dizionario Bergamasco-Italiano » (con Gambarini) 2004, «Artisti ‘n baraca» 2006, «Sènto manére de dì» 2007.
Un gioiello, a mio parere, anche la traduzione in bergamasco dello Statuto del Ducato di Piazza Pontida.
Tutti noi ora lo rimpiangiamo, consci che il Ducato, la Città, la Poesia, abbiano perso un Maestro e impareggiabile interprete della letteratura dialettale bergamasca.
Rimangono l’esempio e le sue opere, rileggendole forse, potremo ancora coglierne lo spirito e immaginare che ci sia accanto, a ridonarci le soavi emozioni del suo incantevole e sapiente filosofare in versi.
Silverio Signorelli
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